Intercultura blog

Lingua italiana e intercultura

Espressioni idiomatiche con la parola “dente”

giovedì 16 aprile 2015

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, questa settimana avete la possibilità di arricchire il vostro vocabolario con alcune espressioni idiomatiche formate dalla parola "dente". Come già sapete, l’uso di queste espressioni è molto frequente nella lingua parlata e quindi conoscerle è molto utile per comprendere e comunicare.

Buona lettura!
Prof. Anna

Vediamo insieme alcune espressioni idiomatiche che contengono la parola "dente":

a denti stretti → fare qualcosa controvoglia, malvolentieri, come stringendo i denti per sopportare meglio un fastidio; dare controvoglia un consenso, un’approvazione esibendo un sorriso poco spontaneo: "ho sopportato il suo comportamento a denti stretti";

fuori dai denti → parlare con assoluta franchezza, molto chiaramente senza giri di parole: "te lo dico fuori dai denti: il tuo ragazzo non mi piace";

avere il dente avvelenato → nutrire e mostrare astio o rancore nei confronti di qualcuno o qualcosa: "ho ancora il dente avvelenato nei suoi confronti, non posso dimenticare come si è comportato male con me";

mettere qualcosa sotto i denti → mangiare qualcosa: "è ora di pranzo, andiamo a mettere qualcosa sotto i denti, vieni con noi?";

levarsi un dente; togliersi un dente → affrontare un problema fastidioso, risolvere una situazione scomoda, una preoccupazione liberandosi da un fastidio: "mi sono tolta un dente, finalmente gli ho detto tutto quello che pensavo di lui";

mostrare i denti → mostrarsi pronti ad attaccare o a difendersi, come fanno alcuni animali prima dell’attacco per impaurire l’avversario: "finalmente Marco ha mostrato i denti, non è rimasto in silenzio mentre gli altri lo prendevano in giro, ma si è difeso vigorosamente"; 

trovare pane per i propri denti → trovare un avversario all’altezza delle proprie capacità o anche trovare una situazione adatta ai propri desideri o interessi e alle proprie capacità: "l’atleta con cui garaggerai domani è molto forte, finalmente hai trovato pane per i tuoi denti!";

non è pane per i tuoi denti → è qualcosa di superiore alle tue capacità o possibilità, qualcosa che non fa per te: "quella ragazza è troppo bella, non è pane per i tuoi denti";

difendere con le unghie e con i denti → difendere qualcosa con ogni mezzo a disposizione: "ho difeso il nostro rapporto con le unghie e con i denti, ma non è servito a niente";

al dente → detto di cibo non eccessivamente cotto in modo da avere una gradevole consistenza: "la pasta deve essere al dente".

I complementi indiretti: il complemento di fine o scopo

giovedì 9 aprile 2015

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, questa settimana riprendiamo lo studio dei complementi indiretti, cioè quei complementi introdotti da una preposizione, con il complemento di fine o di scopo, che risponde alla domanda: "per quale fine o scopo?".

Buona lettura

Prof. Anna

Il complemento di fine o scopo indica l’obbiettivo, la finalità, lo scopo per cui si compie un’azione o avviene un fatto.

Può essere introdotto dalle preposizioni: per, a, da, in, di; o dalle espressioni: a scopo di, al fine di ecc.

Vediamo nello specifico quando si usano questi diversi elementi che introducono il complemento di fine:

per → l’uso di questa preposizione tende a identificare lo scopo con la causa: sono in città per lavoro (=perché devo lavorare; con l’obbiettivo di lavorare);

a → andare a passeggio (con lo scopo di passeggiare); abbiamo preso proveddimenti a sostegno della scuola (=con l’obbiettivo di sostenere la scuola);

da → di solito sottolinea la proiezione di un fatto verso un obbiettivo: ho studiato da avvocato (=con l’obbiettivo di diventare avvocato); se il fine introdotto da questa preposizione dipende da un sostantivo, viene precisato l’uso (e quindi il fine) dell’oggetto in questione, per esempio: occhiali da sole (occhiali che si indossano con l’obbiettivo ripararsi dal sole), sala da pranzo (stanza che si usa con il fine di pranzare), cane da guardia, tazzina da caffé ecc.;

in → ho dato una festa in suo onore; siamo subito corsi in suo aiuto (con l’obbiettivo di aiutarlo);

di → in espressioni come essere di (servire di): siete stati di grande aiuto; spero che questo ti serva di lezione;

a scopo di, a fine di, in vista di, a fine di (con il fine di) → hanno un preciso significato di finalità: questa non è una società a scopo di lucro, mi sto preparando in vista degli esami, l’ho fatto a fin di bene.

DIFFERENZA TRA IL COMPLEMENTO DI CAUSA E IL COMPLEMENTO DI FINE

Il complemento di fine non va confuso con quello di causa, anche se a volte non è facile distinguerli, perché sono introdotti dalle medesime preposizioni e perché sono due varianti del rapporto di causa-effetto, ma ovviamente diverse tra loro. Vediamo quindi qual è la differenza

La causa si realizza anteriormente o contemporaneamente al suo effetto, per esempio: Luca è felice per il suo nuovo lavoro, abbiamo uno stato d’animo (la felicità) che è l’effetto di una causa (il nuovo lavoro).

Per il complemento di causa: www.zanichellibenvenuti.it/wordpress/

Mentre il fine è come una causa non ancora realizzata, è sentita come un’aspirazione e come punto terminale dell’azione, è l’obbiettivo per cui si compie un’azione: Luca si prepara per l’esame, in questa frase l’azione (prepararsi) si compie in vista di un obbiettivo (per l’esame).

In giro per l’Italia: Roma

giovedì 2 aprile 2015

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, questa settimana visiteremo Roma, la capitale d’Italia, nonché capoluogo della regione Lazio. Con 2 874 038 abitanti è il comune più popoloso d’Italia e il quarto dell’Unione Europea, mentre con 1 287,36 km quadrati è il comune più esteso d’Italia e tra le maggiori capitali europee per ampiezza del territorio.

Come al solito, vi ricordo che, se ci sono parole che non conoscete, potete consultare il dizionario on-line: basta cliccare due volte sulla parola e si aprirà una piccola finestra, cliccando una volta su questa finestra apparirà il significato.

Buona lettura!

Prof. Anna

UN PO’ DI STORIA

Detta anche l’Urbe (città in latino) o la città eterna, Roma venne fondata secondo la tradizione il 21 aprile del 753 a.C., nel corso dei suoi tre millenni di storia è stata la prima grande metropili dell’umanità, cuore di una delle più importanti civiltà antiche. Luogo di origine della lingua italiana, fu capitale dell’Impero romano, che estendeva il suo dominio su tutto il bacino del Mediterraneo e gran parte dell’Europa. Roma è anche il centro della cristianità cattolica, è l’unica città al mondo a ospitare al suo interno un intero Stato, la città del Vaticano, per questo motivo è spesso definita la capitale dei due Stati.

ROMA DA VISITARE

Oggi Roma si presenta come un’importante metropoli, orgogliosa del suo prestigioso passato. Testimoni di questa storia sono i numerosissimi monumenti della città che ricordano la grande civiltà romana.

Secondo la tradizione, Roma prende il suo nome dal suo leggendario fondatore, Romolo, e, come abbiamo già ricordato, la sua fondazione risale a più di duemila e cinquecento anni fa. Gli antichi romani parlavano il latino, una lingua non più parlata, che però ha influenzato tutta la cultura europea. Molti documenti antichi sono in latino, inoltre serve a comprendere meglio l’italiano, che deriva dal latino.

Roma è un museo all’aria aperta, i luoghi e i monumenti da visitare sono numerosissimi; vediamo insieme quali sono i più  famosi e visitati.

IL COLOSSEO

Il Colosseo è il simbolo di Roma in tutto il mondo e ricorda il suo millenario passato.

Originariamente conosciuto come Anfiteatro Flavio è il più grande anfiteatro al mondo. La sua costruzione fu iniziata nel 70 d.C. e venne inaugurato nell’80 d.C.; il nome Colosseo deriva o dal fatto che nei suoi pressi si trovava una colossale, cioè enorme, statua dell’imperatore Nerone, oppure dalla sua colossale grandezza, questo nome si diffuse solo nel Medioevo.

Il Colosseo poteva ospitare più di conquantamila spettatori che vi si recavano per assistere ai combattimenti dei gladiatori, alle lotte tra le bestie feroci o all’uccisione dei condannati.

colosseo

PIAZZA DI SPAGNA

Piazza di Spagna è un punto di incontro per i romani e per i turisti: da qui infatti partono le strade che ospitano i negozi dei più importanti nomi della moda.

La sua momumentale scalinata venne realizzata per collegare l’ambasciata spagnola (da qui il nome Piazza di Spagna) alla chiesa di Trinità dei monti, che si trova in cima alla scalinata. Al centro della piazza si trova la famosa fontana della Barcaccia, per la sua forma a barca, realizzata dallo scultore Pietro Bernini.

piazza

SAN PIETRO IN VATICANO

Appena si arriva davanti alla basilica di San Pietro. la prima cosa che stupisce è la grandezza della piazza circondata dallo splendido colonnato a quattro file. Quando si entra, dopo l’ampia scalinata a tre livelli, si rimane veramente meravigliati di fronte alla vastità e alla ricchezza di questa splendida chiesa conosciuta in tutto il mondo. Nel suo interno si trovano capolavori come la statua della Pietà dello scultore Michelangelo Buonarroti. Nei vicini musei vaticani si trova la Cappella sistina, lo stupendo affresco anch’esso realizzato da Michelangelo.

san

ROMA DA MANGIARE

Alle origini della cucina romana c’è la cucina dell’antica Roma, basata su legumi, ortaggi, pesce, carni battute e vino; la cucina romanesca a partire dal Medioevo si divise in cucina pontificia, consumata alla corte dei Papi, e cucina popolare che arriva fino ai giorni nostri.

Quest’ultima si basa su ingredienti semplici ma saporiti, sull’uso delle erbe aromatiche, strutto olio, avanzi e frattaglie, lardo, grasso di prosciutto. Tra i piatti tipici la pasta cacio e pepe, all’amatriciana e alla carbonara; i saltimbocca alla romana sono un tipico secondo e i carciofi alla giudia un tipico contorno.

carciofi-giudia

Testo tratto da: Anna Ferrari e Cinzia Medaglia, Il bel paese. Corso di civiltà italiana, Zanichelli, Bologna, 2011.

Ora provate a rispondere alle seguenti domande:

1- Secondo la tradizione quando venne fondata Roma?

2- Secondo la tradizione da chi prese il suo nome Roma e perché?

3- Perché Roma viene anche chiamata "la capitale dei due Stati"?

4- Che lingua parlavano gli antichi romani?

5- Che cosa accadeva all’interno del Colosseo?

6- Perché Piazza di Spagna si chiama così?

7- Cosa c’è al centro della piazza?

8- Quale capovoloro, tra gli altri, si trova all’interno della chiesa di San Pietro in Vaticano?

9- Cosa si può ammirare nei vicini musei vaticani?

10- Hai mai assaggiato un piatto della tradizionale cucina romana?

 

 

Gli avverbi di tempo – approfondimento

giovedì 26 marzo 2015

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, questa settimana approfondiremo alcuni aspetti dei principali avverbi di tempo, vedremo che possono avere diversi significati a seconda del contesto in cui vengono usati.

Buona lettura!

Prof. Anna

Gli avverbi di tempo servono a determinare il tempo di svolgimento di un’azione, il tempo di svolgimento può trovarsi a una distanza più o meno prossima dal momento in cui si parla o si scrive.

Vediamo insieme quali sono i principali avverbi di tempo e quali sono i loro significati:

ancora:

⇒ esprime la continuità dell’azione nel presente, nel passato e nel futuro:Ieri alle undici di sera Marco era ancora in ufficio;

⇒ in frasi negative indica un’azione che in quel momento non si è ancora verificata: - Non sono ancora riuscita a leggere il libro che mi hai prestato;

⇒ può significare di nuovo, un’altra volta: – Provaci ancora!;

mai:

⇒ può indicare fatti che non si svolgono o non si sono svolti, usato in frasi negative o interrogative dubitative: - Non sono mai andato all’estero; – Sei mai stato a casa mia?;

⇒ usato da solo ha la funzione di avverbio negativo, con un significato più forte di -no-: – Lo perdonerai un giorno? – Mai!;

⇒ può essere usato prima del verbo nell’espressione "mai che" con il significato di "non succedere mai" seguita dal congiuntivo: – Pagavamo sempre tutto noi. Mai che offrisse lui!;

⇒ può essere usato in proposizioni interrogative dirette o indirette con funzione rafforzativa accanto a chi, che, quale, perché, come, quando, quanto: -Perché mai te ne sei andato?;

ora, adesso: indicano azioni che si svolgono nel presente o che sono appena terminate; in quest’ultimo caso possono anche essere rafforzati: or ora, proprio ora, proprio adesso: – Siamo tornati proprio ora;

già:

⇒ indica un’azione che rispetto al momento in cui si parla o rispetto ai fatti narrati si è conclusa ed è nel passato:      – Questo film l’ho già visto;

⇒ in proposizioni interrogative o esclamative esprime meraviglia, gioia o rimpianto per qualcosa che sta accadendo, sta per accadere, o è già accaduta: – Buona questa torta! Peccato che sia già finita;

⇒ usato da solo nelle risposte equivale a --: – Fa freddo oggi, vero? – Già;

ormai:

⇒ in molti casi è sinonimo di già: – Ormai è tardi (è già tardi);

⇒ indica un fatto giunto a maturazione, a compimento,col significato di -giunti a questo punto-: -Ormai non c’è più niente da fare

presto:

⇒ può indicare un fatto avvenuto prima del tempo stabilito (opposto a tardi): – Siamo arrivati presto all’appuntamento e il dottore non era ancora nel suo studio;

⇒ indica anche un fatto che si svolgerà in un immediato futuro: – Ci vediamo presto!

prima, precedentemente, dopo, poi: i primi due indicano fatti che si svolgono anteriormente, gli altri due fatti che si svolgono posteriormente: – Sono arrivato prima di te; - Di queste cosa parleremo dopo;

poi può anche significare:

inoltre, per giunta: -Non posso venire stasera e poi sono troppo stanco;

⇒ può avere valore avversativo con il significato di -però-: – Io fossi in te non ci andrei, tu poi fai come vuoi;

allora:

⇒ significa -in quel tempo: -Non immaginavo allora quel che sarebbe successo oggi;

⇒ può essere usato come congiunzione con valore conclusivo con significato di -in questo caso-: -Se vuoi venire, allora preparati;

⇒ può introdurre frasi interrogative indirette o espressioni esclamative per sollecitare una decisione o una risposta: – E allora? Com’è andato l’esame?;

⇒ l’avverbio allora ha assunto progressivamente nel tempo la funzione di sostantivo invariabile con il significato di "quel momento", "quel tempo": le abitudini di allora, la mentalità di allora, per questo motivo la forma "fino ad allora", che è più recente, è più frequente oggi di "fino allora".

Test 34- Gli aggettivi di relazione

giovedì 19 marzo 2015

Il prossimo esercizio è sugli aggettivi di relazione, per ripassarli leggete questo articolo: www.zanichellibenvenuti.it/wordpress/; nell’articolo in alcuni aggettivi viene segnalato l’accento per suggerirvi la giusta pronuncia, ma si scrivono senza accento.

Buon test!

Prof. Anna