Intercultura blog

Lingua italiana e intercultura

Espressioni idiomatiche con la parola “bocca”

giovedì 16 ottobre 2014

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, oggi vedremo alcune espressioni idiomatiche formate dalla parola "bocca", conoscere e capire questo tipo di espressioni è molto importante sia per comprendere che per comunicare, come sapete infatti vengono usate molto spesso nella lingua parlata.

Buona lettura!

Prof. Anna

Vediamo dunque alcune espressioni idiomatiche che contengono la parola "bocca" e il loro significato:

a bocca asciutta → restare senza niente, nonostante le premesse favorevoli, rimanere insoddisfatti e delusi: "speravo mi chiamassero per quel posto di lavoro e invece sono rimasto a bocca asciutta";

essere sulla bocca di tutti → essere oggetto di un pettegolezzo, fare parlare di sé, in senso solitamente negativo; avvenimento noto a tutti: "non sai che Marco e Lucia hanno divorziato? Eppure è sulla bocca di tutti!";

restare a bocca aperta → essere sorpresi o meravigliati tanto da non riuscire a parlare, anche essere stupiti o in ammirazione di qualcosa: "tutti siamo rimasti a bocca aperta quando abbiamo visto quel tramonto meraviglioso";

essere di bocca buona → mangiare di tutto, in senso figurato accontentarsi facilmente: "per fortuna mio figlio è di bocca buona, mangia di gusto tutto quello che gli preparo";

rifarsi la bocca → togliere un sapore sgradevole mangiando qualcosa di buono, in senso figurato cancellare una cattiva impressione con qualcosa di piacevole: "dopo quella cena disgustosa ci siamo rifatti la bocca con un buon gelato";

cucirsi la bocca-tapparsi la bocca → non parlare, soprattutto nel senso di mantenere un segreto: "mi raccomando, cuciti la bocca, quello che ti ho detto non deve saperlo nessuno!";

mettere in bocca a qualcuno → attribuire a qualcuno un’affermazione, un giudizio: "non mi mettere in bocca cose che non ho mai detto";

far venire l’acquolina in bocca → solleticare l’appetito, far nascere il desiderio di qualcosa: "il profumo che viene dalla cucina mi fa venire l’acquolina in bocca";

storcere la bocca → fare smorfie per disgusto, rabbia, per mostrare disapprovazione: "quando gli ho detto che me sarei andata, ha storto la bocca";

rubare le parole di bocca → dire esattamente quello che pensa un altro, anticipare qualcuno in quello che vuole esprimere;

avere molte bocce da sfamare → avere molte persona e cui provvedere, di solito una famiglia numerosa, si usa di solito in riferimento a chi è in condizioni economiche precarie tanto da fare fatica a provvedere alle necessità materiali della propria famiglia: "Marco non guadagna abbastanza e ha molte bocche da sfamare".

 

 

 

Ripassiamo l’accento grafico

giovedì 9 ottobre 2014

Cari letttori e care lettrici di Intercultura blog, oggi vorrei ripassare insieme a voi l’uso dell’accento grafico in italiano, esiste già un articolo su questo argomento, ma risale a molto tempo fa e spesso ricevo domande da parte vostra sull’uso dell’accento, dunque direi che è il momento giusto per un ripasso.

Buona lettura!


Prof. Anna

Nell’ortografia italiana esistono due tipi di accento:

l’accento grave (città), che si mette sulla e e sulla o aperte e sulle altre vocali accentate: cioè, portò, tradì ecc;

l’accento acuto (perché), che si mette sulla e e sulla o chiuse: poiché, finché, , ecc.

In italiano l’accento grafico è obbligatorio solo quando cade sulla vocale finale della parola, nei seguenti casi:

• sulle parole tronche di due o più sillabe:città, caffè, partecipò; non vogliono l’accento le parole tronche che terminano con una consonante: andar, veder ecc;

• nei monosillabi che contengono due grafemi vocalici; ciò, già, giù, può, più; fanno eccezione qui e qua

• in alcuni monosillabi che, se scritti senza accento, si confonderebbero con altre parole:

- (verbo dare) – da (preposizione)

- (giorno) – di (preposizione)

- è (verbo essere) - e (congiunzione)

- (avverbio) – la (articolo)

- (avverbio) – li (pronome)

- (congiunzione) – ne (pronome o avverbio)

- (pronome tonico) – se (congiunzione)

- (avverbio) – si (pronome atono)

- (nome della bevanda) – te (pronome)

→ il pronome riflessivo rafforzato da stesso e medesimo può conservare o no l’accento: se stessosè stesso; se medesimosè medesimo;

→ i composti che hanno come secondo elemento un monosillabo che termina in vocale si scrivono con l’accento anche se il monosillabo, da solo, non ha l’accento: tre – ventitré; reviceré ecc;

→ è ormai poco usato l’accento per contrassegnare la congiunzione con valore causale – ché – per distinguerla da che come congiunzione, pronome o aggettivo relativo, e per , in funzione di esclamazione esortativa (vieni, );

→ non è necessario segnare l’accento su do per distinguere la voce del verbo dare dalla nota musicale; 

→ i monosillabi che non sono stati nominati non necessitano dell’accento, attenzione in particolare alle voci verbali: fa, fu, sa, so, sto, sta.

L’articolo indeterminativo e partitivo

giovedì 2 ottobre 2014

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, eccoci ritrovati dopo le vacanze estive; spero abbiate passato una buona estate e che siate pronti a cominciare una nuova stagione con noi alla scoperta della lingua italiana.

Recentemente un lettore mi ha fatto notare che manca nel blog un articolo sugli articoli indeterminativi e partitivi, quindi rimediamo subito: oggi vedremo come e quando si usano questi articoli.

Buona lettura!

Prof. Anna

L’ARTICOLO INDETERMINATIVO

Sappiamo che l’articolo determinativo specifica che il nome che lo segue è definito e di solito già noto a chi ascolta, mentre l’articolo indeterminativo si usa per introdurre nel discorso qualcuno o qualcosa di nuovo, di cui non si è parlato in precedenza, o per nominare qualcuno o qualcosa in modo generico, indefinito.

Vediamo quali sono le forme dell’articolo indeterminativo.

MASCHILE

• la forma un si usa:

→ negli stessi casi del determinativo il: un cane; un dottore; un bambino ecc.

→ davanti a vocale: un amico; un uragano; un ombrello ecc.

→ davanti alle semiconsonante u: un uomo; un uovo; un whisky ecc.

• la forma uno si usa:

→ negli stessi casi del determinativo lo: uno sbaglio; uno zaino; uno yogurt; uno psichiatra ecc.

FEMMINILE

• la forma una si usa:

→ negli stessi casi del determinativo la: una casa; una palla; una hostess ecc.

→ la forma con l’apostrofo un’ si usa davanti a parole femminili che cominciano per vocale: un’onda; un’elica; un’anatra ecc.

ATTENZIONE!

L’apostrofo si usa solo davani a nomi femminili: un’amica, ma un amico.

USO DELL’ARTICOLO INDETERMINATIVO

L’articolo indeterminativo si usa per:

→ persone, animali o cose non ancora noti a chi ascolta o legge: una persona bussò alla porta; 

→ persone, animali o cose appartenenti a un insieme indeterminato: vorrei un gelato; prendi un foglio di carta e scrivi;

→ nomi usati per designare qualcuno o qualcosa in particolare: ho conosciuto un ragazzo molto simpatico;

→ parti del corpo (solo nei casi di parti del corpo presenti in numero maggiore di uno): ho un ginocchio rotto (ma il ginocchio sinistro gonfio), Mario ha un dito fratturato (ma il dito medio fratturato); Luca ha un occhio più chiaro dell’altro (ma gli occhi verdi).

L’ARTICOLO PARTITIVO

Le forme articolate della preposizione di (del, dello, della, dei, degli, delle) sono usate anche con valore di articolo partitivo, per indicare una parte, una quantità indeterminata di qualcosa.

• Al singolare l’articolo partitivo significa -un po’-, -alquanto- e si usa:

→ con i nomi che indicano non un signolo oggetto ma una quantità imprecisata di qualcosa: vuoi del sale?; c’è del sapone in bagno?;

→ con i sostantivi astratti o dal significato figurato, in alcune espressioni particolari: avere del fegato (=avere coraggio); avere dello spirito (=avere senso dell’umorismo).

• Al plurale si usa al posto dell’inesistente forma plurale dell’articolo indeterminativo e significa -alcuni-: ho letto un libro→ho letto dei libri; ho mangiato una mela→ ho mangiato delle mele ecc.

• Quando fa parte del soggetto o del complemento oggetto, il partitivo va usato obbligatoriamente (ci sono dei fiori in giardino; ho visto dei gatti nel parco); quando fa parte di un complemento indiretto può essere omesso e sostituito da un’espressione equivalente: "ho cenato con degli amici" diventa "ho cenato con amici" oppure "ho cenato con alcuni amici".

Canzone: Sapore di sale

giovedì 10 luglio 2014

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, l’estate è ormai iniziata da un po’ e anche il nostro blog va in vacanza, questo è infatti l’ultimo articolo prima della pausa estiva, ma ricordatevi che potete continuare a scrivere e sottopormi i vostri dubbi anche nel periodo estivo.

Come ogni estate vorrei lasciarvi con una canzone; anche quest’anno ho scelto una canzone simbolo delle estati italiane degli anni ‘60, questo brano si intitola "Sapore di sale", scritta e interpretata da Gino Paoli, famoso cantautore italiano.

Come ben saprete ascoltare canzoni in italiano è un utile esercizio di comprensione e di pronuncia.

Di seguito troverete il testo della canzone con parole mancanti che dovrete cercare di comprendere, procuratevi la canzone (reperibile su You Tube) e ascoltatela attentamente poi cercate di inserire le parole che mancano. Se ci sono parole che non conoscete usate il dizionario on-line: basta cliccare due volte sulla parola e si aprirà una piccola finestra, cliccando una volta su questa finestra apparirà il significato.

Provate anche a cantarla seguendo il testo, migliorerete in modo divertente la vostra pronuncia!

Buona estate a tutti!

Prof. Anna

 

 

Sapore di sale,
sapore di mare,
che hai sulla ……..,
che hai sulle labbra,
quando esci dall’acqua
e ti vieni a ……..
vicino a me
vicino a me.

Sapore di sale,
sapore di mare,
un gusto un po’ ……..
di cose ……..,
di cose lasciate
lontano da noi
dove il …….. è diverso,
diverso da qui.

Qui il tempo è dei giorni
che passano ……..
e lasciano in bocca
il …….. del sale.
Ti butti nell’acqua
e mi lasci a ……..
e rimango da solo
nella …….. e nel sole.

Poi …….. vicino
e ti lasci cadere
così nella sabbia
e nelle mie braccia
e …….. ti bacio,
sapore di sale,
sapore di mare,
sapore di te.

Qui il tempo è dei giorni
che passano pigri
e lasciano in bocca
il gusto del sale.
Ti butti nell’acqua
e mi lasci a guardarti
e rimango da solo
nella sabbia e nel sole.

Poi torni vicino
e ti lasci ……..
così nella sabbia
e nelle mie ……..
e mentre ti bacio,
sapore di sale,
sapore di mare,
sapore di te.

 Ora leggete il testo integrale e cotrollate se siete riusciti a idividuare le parole macanti.

 

Sapore di sale,
sapore di mare,
che hai sulla pelle,
che hai sulle labbra,
quando esci dall’acqua
e ti vieni a sdraiare
vicino a me
vicino a me.

Sapore di sale,
sapore di mare,
un gusto un po’ amaro
di cose perdute,
di cose lasciate
lontano da noi
dove il mondo è diverso,
diverso da qui.

Qui il tempo è dei giorni
che passano pigri
e lasciano in bocca
il gusto del sale.
Ti butti nell’acqua
e mi lasci a guardarti
e rimango da solo
nella sabbia e nel sole.

Poi torni vicino
e ti lasci cadere
così nella sabbia
e nelle mie braccia
e mentre ti bacio,
sapore di sale,
sapore di mare,
sapore di te.

Qui il tempo è dei giorni
che passano pigri
e lasciano in bocca
il gusto del sale.
Ti butti nell’acqua
e mi lasci a guardarti
e rimango da solo
nella sabbia e nel sole.

Poi torni vicino
e ti lasci cadere
così nella sabbia
e nelle mie braccia
e mentre ti bacio,
sapore di sale,
sapore di mare,
sapore di te.

La frase complessa – le proposizioni oggettive: indicativo o congiuntivo?

giovedì 3 luglio 2014

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, oggi completiamo il nostro studio delle proposizioni oggettive, vedremo quando usare l’indicativo e quando il congiuntivo.

Buona lettura!

Prof. Anna

USO DEL CONGIUNTIVO E DELLINDICATIVO NELLE OGGETTIVE

L’alternanza tra indicativo e congiuntivo nelle oggettive è regolata:

• da un criterio semantico, di significato:

⇒ se vogliamo enunciare un avvenimento certo useremo l’indicativo → sostengo che è colpa tua;

⇒ se vogliamo enunciare un avvenimento presunto o probabile useremo il congiuntivo → penso che sia colpa tua;

• da una scelta di registro: nello scritto e nel parlato formale si tende a usare il congiuntivo secondo il criterio che abbiamo appena spiegato, mentre negli usi informali si ricorre frequentemente all’indicativo al posto del congiuntivo: penso che è colpa tua, penso che avete fatto bene ecc.

Per scegliere tra i due modi verbali più facilmente dbbiamo ricordare che richiedono il congiuntivo i verbi che indicano una volontà, un desiderio, una richiesta, un’aspettativa, un’opinione, una preghiera, un timore.

Vediamo alcuni di questi verbi:

 accettare; aspettare; attendere; augurare; chiedere; credere; desiderare; disporre; domandare; dubitare; esigere; fingere; immaginare; lasciare; negare; ordinare; permettere; preferire; pregare; ritenere; sospettare; sperare; supporre; temere; volere.

Vogliono invece l’indicativo i verbi di giudizio o di percezione:

accorgersi; affermare; confermare; constatare; dichiarare; dimostrare; dire; giurare; insegnare; intuire; notare; percepire; promettere; ricordare; riflettere; rispondere; scoprire; scrivere; sentire; sostenere; udire; vedere.

Alcuni verbi richiedono il congiuntivo o l’indicativo a seconda del significato.

Vediamo qualche esempio:

- ammettere:

→ vuole l’indicativo quando ha il significato di "riconoscere": ammetterai che si è comportato male;

→ vuole il congiuntivo quando ha il significato di "supporre": ammettiamo che mi sia sbagliato;

- capire:

→ vuole l’indicativo nel significato di "rendersi conto": ho capito che era innamorata di un altro;

→ vuole il congiuntivo nel significato di "trovare naturale": capisco che tu sia preoccupato per l’esame.