Intercultura blog

Lingua italiana e intercultura

Archivio - Categoria ‘La lingua italiana’

Test 11 – l’avverbio -

giovedì 7 aprile 2011

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, è arrivato il momento di ripassare gli argomenti trattati nell’ultimo mese.

Buon test!

Prof. Anna

Il primo esercizio è sull’uso e la formazione degli avverbi.

Ripassiamo il passato remoto

giovedì 31 marzo 2011

Buongiorno cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, oggi ripassiamo la formazione e l’uso del passato remoto con una particolare attenzione alle differenze tra passato prossimo, passato remoto e imperfetto.

Buona lettura!

Prof. Anna

Il passato remoto è una forma verbale del modo indicativo, viene usato per indicare un’azione:

avvenuta nel passato;

terminata nel passato;

che non ha collegamenti  obbiettivi o psicologici con il presente.

Spesso questo tempo è accompagnato o introdotto da espressioni di tempo che ci permettono di capir e che l’azione è avvenuta in un tempo passato (cinquant’anni fa; nel 1900; due anni fa; durante la seconda guerra mondiale; quando ero piccola ecc.)

 

Ripassiamo insieme la coniugazione regolare del passato remoto:

 

STUDIARE TEMERE PARTIRE
io studiai io temei (temetti) io partii
tu studiasti tu temesti tu partisti
lui – lei studiò lui – lei temé (temette) lui – lei partì
noi studiammo noi tememmo noi partimmo
voi studiaste voi temeste voi partiste
loro studiarono loro temerono (temettero)
loro partirono

Come potete notare, i verbi della seconda coniugazione possono avere una coniugazione alternativa, per esempio:

temere ⇒io temei – io temetti; lui temé – lui temette; loro temerono – loro temettero;

ricevere ⇒ io ricevei – io ricevetti; lui ricevé – lui ricevette; loro riceverono – loro ricevettero.

Nella tabella che segue sono riportate la prima e la terza persona singolare e la terza persona plurale di alcuni verbi irregolari, le altre persone (tu, noi, voi) si formano in modo regolare; per i verbi sottolineati invece riportiamo tutte le persone perchè si formano in modo irregolare.

 

AVERE ebbi, ebbe, ebbero LEGGERE lessi, lesse, lessero
BERE bevvi, bevesti, bevve, bevemmo, beveste, bevvero METTERE misi, mise, misero
CHIEDERE chiesi, chiese, chiesero NASCERE nacqui, nacque, nacquero
CONOSCERE conobbi, conobbe, conobbero PIANGERE piansi, pianse, piansero
CORRERE corsi, corse, corsero SAPERE seppi, seppe, seppero
CRESCERE crebbi, crebbe, crebbero SCRIVERE scrissi, scrisse, scrissero
DARE diedi, desti, diede, demmo, deste, dettero
STARE stetti, stesti, stette, stemmo, steste, stettero
DECIDERE decisi, decise, decisero VEDERE vidi, vide, videro
DIRE dissi, dicesti, disse, dicemmo, diceste, dissero VENIRE venni, venne, vennero
ESSERE fui, fosti, fu, fummo, foste, furono VIVERE vissi, visse, vissero
FARE feci, facesti, fece, facemmo, faceste, fecero VOLERE volli, volle, vollero

Passato remoto, passato prossimo o imperfetto?

 

Qual è la differenza tra passato remoto, passato prossimo e imperfetto? Possiamo illustrarla considerando queste tre frasi:

1- da giovane leggevo molto (imperfetto);

2- da giovane lessi molto (passato remoto);

3- da giovane ho letto molto (passato prossimo).

Quello che differenzia queste tre frasi è la prospettiva di chi parla, ovvero l’atteggiamento con cui l’azione viene percepita e vissuta.

La frase con il verbo all’imperfetto sottolinea l’abitudine di leggere nel passato (avevo l’abitudine di leggere).

La frase con il verbo al passato remoto colloca l’azione di leggere nel passato evidenziando però la distanza psicologica rispetto al presente, ovvero l’azione di leggere molto nel passato non ha conseguenze nel presente, è un’azione che comincia e finisce nel passato.

La frase con il verbo al passato prossimo colloca anch’essa l’azione nel passato, ma collega il fatto di "aver letto" ad una conseguenza , ad un risultato, nel presente, per esempio: "da giovane ho letto molto e oggi devo portare gli occhiali".

Dunque la distanza temporale non può essere un criterio rigido nella scelta tra passato prossimo, passato remoto e imperfetto.

I pronomi combinati

giovedì 24 marzo 2011

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, oggi studieremo come si formano e quando si usano i pronomi combinati.

Buona lettura!

Prof. Anna

I pronomi mi, ti, ci, vi, si quando sono seguiti da un altro pronome, cambiano in: me, te, ce, ve, se.

Inoltre le (femminile singolare) e gli diventano glie-.

Queste forme possono essere seguite dai pronomi lo, la, li, le, ne, dando origine alle seguenti forme: me lo, te la, se li, ce le, ve ne ecc.

Osservare la seguente tabella:

 

  + lo + la + li + le + ne
mi  me lo  me la  me li  me le  me ne
ti  te lo  te la  te li  te le  te ne
gli  glielo  gliela  glieli  gliele  gliene
si  se lo  se la  se li  se le  se ne
ci  ce lo  ce la  ce li  ce le  ce ne
vi  ve lo  ve la  ve li  ve le  ve ne
si  se lo  se la  se li  se le  se ne

 Possiamo notare che:

• i pronomi indiretti precedono i pronomi personali diretti (me lo);

• la vocale i di mi, ti, ci, si e vi si trasforma in e, il pronome personale gli prende la vocale e;

• i pronomi combinati si scrivono separati, tranne glielo, gliela, glieli, gliele, gliene.

ATTENZIONE!

⇒ In passato era considerato un errore usare la forma gli alla terza persona plurale, mentre oggi è più usata di loro.

Per esempio: "hai dato da mangiare ai gatti?" "no, non gliel‘ ho ancora dato" ⇒ il pronome personale combinato precede il verbo.

"No, non l’ho ancora dato loro" ⇒ il pronome personale lo precede il verbo, mentre loro lo segue.

Un pronome diretto o indiretto seguito da si riflessivo, impersonale o passivante non cambia forma e rimane al primo posto: mi si offre una grande opportunità; è una bella casa, la si vende senza difficoltà; gli si rivolse con parole sicere.

Qualche esempio:

- me lo ha detto (= ha detto questo a me);

- te lo ricordo (= ricordo questa cosa a te);

- ve lo affido (= affido lui a voi);

- glielo dirò (= dirò questa cosa a lui o a loro)

- ve ne ho già parlato (= ho già parlato a voi di questa cosa)

I pronomi personali si possono combinare anche con ci (avverbio di luogo o pronome dimostrativo):

 

+ mi + ti + lo + la + ci
mi ci ti ci
ce lo ce la non esiste
+ vi + li + le + si + ne
vi ci ce li ce le ci si ce ne

Qualche esempio:

- vi ci accompagno più tardi (= accompagno voi in quel luogo più tardi);

- ti ci vedo (= vedo te, immagino te in quel luogo o in quella situazione);

- non ci si crede (= non si crede a questa cosa);

- ce li porto (= io porto in quel luogo loro);

- quanti libri ci sono sul tavolo? Ce ne sono due (= sul tavolo ci sono due libri).

 

La nascita della lingua italiana

giovedì 17 marzo 2011

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, come forse saprete, oggi si festeggia il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia; a questo proposito mi è sembrato utile e interessante ripercorrere insieme a voi alcune tappe che hanno portato alla nascita della lingua italiana così come la conosciamo oggi.

Se non conoscete alcune parole, potete usare il dizionario online, basta cliccare sulla parola e apparirà una finestra con il suo significato.

Buona lettura!

Prof. Anna

DAL LATINO PARLATO AI DIALETTI REGIONALI

Quando l’impero romano d’Occidente cadde (476 d. C.), l’Italia fu sconvolta dall’arrivo di nuove popolazioni.

Ogni regione cominciò a vivere una vita per conto proprio, perdendo per lunghi periodi i contatti con le regioni vicine; la popolazione si riuniva allora nei posti che riteneva più sicuri, in particolare sui monti e nelle vallate più isolate. Si formarono così tante piccole comunità isolate, in questa situazione anche la lingua usata dal popolo si frantumò in tante parlate diverse e da queste nacquero i dialetti italiani.

 

UNITÀ POLITICA E UNITÀ LINGUISTICA

Dal XVI secolo al XIX il fiorentino si impose sempre più come lingua unitaria, usato soprattutto come mezzo di comunicazione da scrittori e scienziati, ma non era usata per la comunicazione quotidiana come lingua parlata. Solo in Toscana si parlava quella che diventerà la lingua italiana, in tutte le altre regoni le persone di ogni condizione sociale parlavano in dialetto.

L’esigenza di una lingua comune si manifestò nei primi decenni dell’Ottocento quando iniziò a diffondersi l’idea di un’Italia unita, infatti una delle conseguenze del movimento che portò nel 1861 all’unificazione politica fu l’unità linguistica.

"Fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani", questa frase esprime molto bene la difficoltà di fare degli italiani, così diversi per abitudini e modi di pensare, un unico popolo.

Grande merito ebbe la scuola, grazie allo studio obbligatorio dell’italiano, l’uso della lingua si diffuse in tutto il territorio, anche se bisogna sottolineare come questo uso fosse limitato alla lingua scritta, la lingua parlata rimase il dialetto locale

La diffusione nel Novecento dei mezzi di comunicazione di massa ha permesso all’italiano parlato di diventare patrimonio comune.

Il cinema, la radio e la televisione nell’immediato dopoguerra consentirono alla lingua italiana di diventare il codice linguistico usato dalla maggior parte della popolazione e di debellare l’analfabetismo esistente in Italia. Sarebbe un errore pensare che il dialetto sia un fenomeno nato da culture ritenute inferiori, il dialetto rimane anche oggi un segno distintivo, di appartenenza a un gruppo, senza diventare un mezzo di esclusione.

 

Grazie all’influenza dell’unificazione politica, la penetrazione nella lingua scritta e parlata di parole dialettali è più forte che nei periodi precedenti.

Alcune parole che appartenevano ai diversi dialetti entrarono a far parte della lingua italiana, per esempio proviene dal dialetto la parola forse più usata dagli italiani:

ciao → deriva dal dialetto veneto "s’ciào" che significa "schiavo", salutare con un "ciao" corrisponderebbe a "servo vostro" ovvero "sono tuo schiavo; sono al tuo servizio".

Fonti:

M. Martignon: "Sull’origine della lingua italiana"; www.insegnareitaliano.it

http://www.corriereweb.net/cultura/storia/3916-dallunita-ditalia-allunita-linguistica.html

B. Migliorini: "Storia della lingua italiana", Bompiani.

 

 

Ora prova a rispondere alle seguenti domande:

1- Nasce prima l’italiano o i dialetti?

2- Il dialetto era usato come lingua scritta o come lingua parlata?

3- Inizialmente l’italiano veniva usato da tutta la popolazione come lingua parlata?

4- Quali furono gli strumenti che nel Novecento permisero alla lingua italiana di essere usata dalla maggior parte della gente?

5- L’italiano e i dialetti possono convivere?

 Se non siete sicuri della correttezza delle vostre risposte, inviatemele come commento a questo articolo.

 

 

L’avverbio

giovedì 10 marzo 2011

Cari lettori e care lettrici di Intercultura blog, oggi studieremo le funzioni e la formazione degli avverbi.

Buona lettura!

Prof. Anna

L’avverbio serve a modificare o precisare il significato di altri componenti del discorso.

Gli avverbi sono invariabili e possono essere classificati secondo la loro funzione.

FUNZIONI DELL’AVVERBIO

L’avverbio può modificare il significato di:

un verbo: Lucia corre velocemente;

un aggettivo: sono molto arrabbiato;

un nome: a cena ho bevuto solo vino;

un altro avverbio: oggi mi sono svegliato abbastanza presto;

una frase: francamente, non so cosa dirti.

Secondo il loro significato, gli avverbi si distinguono in:

• avverbi di modo: ci siamo pentiti amaramente;

• avverbi di luogo: loro vivono laggiù;

• avverbi di tempo: adesso non posso venire con te;

• avverbi di giudizo: forse sei un po’ stanco;

• avverbi di quantità: oggi ho mangiato troppo;

• avverbi interrogativi: dove vai stasera?

LA FORMAZIONE DEGLI AVVERBI

Esistono due suffissi per la formazione degli avverbi derivati:

-mente: sinceramente;

-oni: carponi.

Avverbi in -mente

La maggior parte degli avverbi si ottiene aggiungendo il suffisso -mente a un aggetttivo:

- aggettivi in -o: formano l’avverbio con il femminile in -a + il suffisso -mente: certocert-a-mente;

- aggettivi in -e: forma unica + suffisso - mente: veloceveloce-mente.

- gli aggettivi che hanno come ultima sillaba: -le, -lo, -re, -ro, perdono la vocale finale:

uguale + mente = ugualmente;

benevolo + mente = benevolmente;

singolare + mente = singolarmente

leggero + mente = leggermente.

Alcuni avverbi non seguono queste regole: altro⇒altrimenti; pari⇒parimenti; ; violento⇒violentemente.

Avverbi in -oni

Il suffisso -oni unito a un nome o a un verbo si usa in un numero limitato di casi, per indicare un modo di stare o di procedere, alcuni esempi:

- boccabocc-oni = a faccia in giù: dormire a bocconi;

- carparecarp-oni = nella posizione di chi procede con le ginocchia e le mani a terra: camminare a carponi.

- tentaretent-oni = avanzare aiutandosi con il tocco delle mani perchè la vista è impedita: avanzare nella stanza buia a tentoni.

LA POSIZIONE DELL’AVVERBIO

Gli avverbi di modo possono essere collocati in qualunque posizione senza alterare il significato della frase:

assieme abbiamo fatto la spesa al supermercato;

abbiamo fatto assieme la spesa al supermercato;

abbiamo fatto la spesa assieme al supermercato;

abbiamo fatto la spesa al supermercato assieme.

In altri casi la posizione dell’avverbio segue alcune regole che dipendono dal tipo di elemento a cui si riferisce:

• se l’avverbio si riferisce a un verbo, si colloca dopo di esso: Luca cammina molto.

Se il verbo è accompagnato da complementi l’avverbio può collocarsi subito dopo il verbo: Maria parla fluentemente l’italiano, oppure in fondo alla frase: Maria parla l’italiano fluentemente.

Quando il verbo è coniugato in un tempo composto l’avverbio si colloca dopo il verbo: Nadia ha lavorato duramente. Alcuni avverbi di tempo (ancora, appena, finalmente, già, mai, sempre, spesso, subito, talvolta) e di giudizio (certamente, forse, neanche, nemmeno, neppure, probabilmente, proprio, sicuramente) possono essere collocati tra l’ausiliare e il participio passato: non sono mai andato a Roma; non hai nemmeno lavato i piatti.

• Se l’avverbio si riferisce a un nome o un aggettivo, si colloca prima di esso: leggo prevalentemente romanzi; sono abbastanza stanco.

• Infine con alcuni avverbi il cambiamento di posizione ha effetto sul significato della frase:

Solo Marco ha giocato a calcio con Luca (e non Paolo);

Marco ha solo giocato a calcio con Luca (e non ha fatto altro);

Marco ha giocato solo a calcio con Luca (e non a tennis);

Marco ha giocato a calcio solo con Luca (e non con Paolo).

ATTENZIONE!

L’avverbio di negazione "non" precede sempre il verbo a cui si riferisce. Agli avverbi di negazione (non, neppure, nemmeno, neanche) occorre aggiungere "mica", questo avverbio si usa per rafforzare la negazione "non": non ho mica detto che è tardi!; o può sostituirla: mica ho detto che è tardi! In frasi esclamative o interrogative può inoltre significare "per caso": non ti sarai mica offeso?.