Intercultura blog

Lingua italiana e intercultura

Archivio - febbraio, 2009

Il razzismo

venerdì 27 febbraio 2009

Care lettrici e cari lettori di Intercultura blog, oggi affrontiamo un argomento di grande attualità: il razzismo. L’argomento è presentato come un dialogo all’interno di una classe di stranieri. Spero che, le diverse idee e i diversi punti di vista possano essere utili per alcune riflessioni personali e per condividere un cammino che accumuna tutti i popoli e le razze del nostro pianeta. Purtroppo sono molto diffusi atteggiamenti xenofobi o che rasentano il razzismo, anche se attuati solo da una minoranza.
Buona lettura
Prof. Valerio Giacalone


Professore: Buon giorno ragazzi, come state? Siete stanchi? Avete bisogno di due minuti di pausa tra una lezione e l’altra?
Bene, vedo che siete pronti. Allora affronteremo l’argomento odierno. Oggi parleremo del razzismo. Che cosa è il razzismo secondo voi? Su coraggio, non abbiate paura. Ricordate che in classe, se non parlate, perdete un’occasione.

Frank: Il razzismo per me è quando due persone o gruppi di persone non vanno d’accordo!

Mark
: Per me il razzismo è paura e ignoranza!

Ismil: Il razzismo c’è quando si è troppi in poco spazio!

Joy
: Il razzismo c’è quando, invece della curiosità di conoscere, subentra la diffidenza e l’arrogante convinzione di essere superiori alle altre persone. 

Professore
: Bene, ragazzi, bravi.  Il razzismo in molti casi non ha niente a che fare con la razza. In Italia esistono atteggiamenti razzisti verso gli stessi connazionali, per esempio tra cittadini del nord e del sud del nostro Paese.
Come se qualche chilometro di distanza potesse rendere qualcuno superiore o inferiore! La domanda che vi faccio è la seguente: come si può abbattere, secondo voi, il razzismo e il sentimento di odio che lo accompagna?

(I ragazzi rimangono per un po’ in silenzio)

Mahlt
:
Ballando tutti insieme?  (Risata generale)

Professore
: Buona idea, Mahlt. Bisogna scegliere però una musica che piaccia a tutti. Non credi? Certo, non c’è una bacchetta magica contro il razzismo, ma di sicuro la cultura è utile per comprendere alcuni aspetti del fenomeno e abbattere i sentimenti che lo accompagnano. Lo studio delle lingue è fondamentale per abituare al diverso, per imparare a conoscere. Bisogna scoprire che nel prossimo non si nasconde un nemico ma anche un possibile amico
Sapevate che è difficile che chi conosce più lingue covi sentimenti di razzismo? Maggiore è la nostra cultura, maggiore è la capacità di comunicare con chi è diverso da noi: il razzismo invece è una chiara dimostrazione di ignoranza. Si è constatato che chi è intollerante nei confronti degli stranieri raramente conosce un’altra lingua o ha viaggiato nel mondo. Non conosce neanche bene le persone che dice di odiare!
Bisogna abituarci al diverso. Le famiglie e la scuola devono insegnare ai ragazzi come vedere il prossimo con curiosità. I confini non sono solo da difendere, ma anche da scavalcare, per conoscere il resto del mondo.

Shrank
: Ma bisogna essere nazionalisti oggi! Bisogna proteggere la propria terra: troppi immigrati ci minacciano.

Professore
: Carissimo Shrank, non bisogna essere nazionalisti ma patriottici. Cioè bisogna giustamente amare la propria patria e la propria cultura. Ma non per questo bisogna disprezzare gli altri. 
Non dobbiamo difendere la nostra patria solo con le armi, ma dobbiamo anche costruire un’immagine positiva del nostro Paese. L’ospitalità e la gentilezza verso gli stranieri distinguono i popoli più civili.
Questo non vuol dire essere indulgenti verso chi si comporta male. I criminali vanno fermati e puniti, siano italiani o stranieri. Ma non è giusto attribuire a un intero popolo le responsabilità penali che riguardano solo la persona che commette un reato.
Amare la propria patria non significa aggredire tutti gli stranieri, anzi al contrario questo atteggiamento provoca il discredito della nostra nazione. Amare la propria patria significa innanzitutto essere onesti, aiutare il prossimo, non inquinare l’ambiente, studiare per poi contribuire con il proprio lavoro al benessere collettivo.

Sandry
: Professore, se studi e poi viene un’altra persona a prendere il tuo lavoro?

Professore
: Se sei veramente preparato bene, potresti essere proprio tu a lasciare l’Italia per andare a guadagnare di più altrove…
La cosa ridicola è che, nell’ultimo secolo, moltissimi italiani sono andati "a rubare lavoro" all’estero e adesso invece si lamentano se gli altri vengono qui. Il vero problema è la disparità di ricchezza tra i diversi Paesi. Quando l’Italia era più povera, milioni di nostri connazionali sono andati a cercare lavoro all’estero. Nessun altro popolo ha avuto nel Novecento tanti emigranti quanti quello italiano. Gli italiani poveri andavano in Germania o negli Stati uniti a fare i lavori più umili che i cittadini di quei Paesi non volevano più fare.
Adesso, invece l’Italia è più ricca di nazioni dell’Africa, dell’Asia, dell’America del sud o dell’Europa dell’est. Quindi le persone di quei Paesi possono sperare di guadagnare molti più soldi in Italia, rispetto a quello che prenderebbero da loro. La povertà e la voglia di benessere li spingono a lasciare la loro patria e ad andare all’estero. Finché vi sono queste differenze economiche, sarà molto difficile contenere l’esodo di queste persone. 
Intanto, bisogna controllare i flussi migratori e soprattutto evitare l’ingresso di clandestini: spesso questi sono sfruttati in condizioni disumane, con lavoro nero e senza alcuna garanzia. Lo stipendio di un lavoratore clandestino è molto minore di un quello di un italiano o di uno straniero messi in regola con contratto. Per evitare la continua entrata illegale di persone bisogna punire anche chi offre lavoro ai clandestini, con controlli nelle aziende che speculano sulla manodopera in nero e così si avvantaggiano rispetto alle aziende oneste. Inoltre, proprio trai clandestini si nascondono i peggiori criminali, che stanno terrorizzando gli italiani con furti, violenze e stupri.
In questo periodo di crisi economica, non dobbiamo diventare un paese razzista e chiuso: così ci attenderebbe un futuro fatto di odio e ignoranza. Invece, ci possiamo riprendere economicamente solo se investiamo nella cultura e nella scuola.

Ora rispondi alle seguenti domande!
Che cosa è per te il razzismo?
Come si può risolvere la paura del diverso?
Sei mai stato vittima di razzismo?
Pensi che l’Italia sia un Paese razzista? Perché?
Cosa si pensa nel tuo Paese di origine degli stranieri? Come vengono accolti?

L’unità didattica

martedì 24 febbraio 2009

Care colleghe e cari colleghi, oggi affronteremo un argomento  di fondamentale importanza per noi insegnanti: L’unità didattica.
L’unità didattica (U D) è un modello operativo, che nasce come attività di “risoluzione di problemi” durante gli anni trenta.  Solo in seguito, precisamente  negli anni sessanta, viene impiegato in maniera frequente e diffusa.
E’ il modello utilizzato ampiamente dai metodi e approcci diretti,  cioè quegli approcci e metodi, dove si cerca di insegnare la lingua straniera come si "apprende"  la lingua madre, cioè  prediligendo  l’insegnante madrelingua e materiali autentici.
Anche se vi sono diversi modelli di unità didattica, tutte le U D sono articolate su tre macrofasi, le quali a loro volta comprendono alcune microfasi o sottosequenze.
1) La prima fase è di presentazione di ciò che si deve svolgere in classe. Essa è poi formata da tre microfasi: La motivazione, la percezione globale e l’analisi.
La motivazione è fondamentale. Senza motivazione non c’è acquisizione e a volte neanche apprendimento.  Vi sono due tipi di motivazione, una “integrativa “ e  l’altra “strumentale”. Quella “integrativa” serve per integrarsi in un gruppo, quella “strumentale” è usata come mezzo per ottenere qualcosa.
Nella microfase della globalità si presenta all’allievo il testo iniziale,  che include ciò che deve apprendere:  può essere un dialogo, un testo scritto, o qualsiasi altro materiale da noi scelto per la classe. Questa microfase, che può anche essere ripetuta più volte, è caratterizzata dall’induttività, cioè ci si rivolge alla parte destra del cervello del discente, che comprendere appunto in maniera estensiva. In questa fase si rispetta il principio di direzionalità naturale di apprendimento, che va appunto dall’emisfero destro a quello sinistro. Nella microfase dell’analisi si analizza, si comprende il materiale dato, sia singolarmente che in lavori di gruppo.
2) La seconda fase consiste nel lavoro sul testo,  in  compiti di rielaborazione e si suddivide nelle microfasi di  fissazione, reimpiego, sintesi e riflessione.
La fissazione è un processo di  memorizzazione,  di acquisizione di regole, cioè di meccanismi di funzionamento della lingua, prediligendo compiti e non esercizi, cioè esecuzione di soluzioni e problemi di carattere comunicativo e creativo.
La microfase di reimpiego può essere svolta tranquillamente durante la fissazione, cercando sempre di spingere l’allievo a un riutilizzo personale e creativo.
La sintesi cambia logicamente a seconda del metodo. Nel metodo situazionale la sintesi, per esempio, sarebbe la realizzazione in aula di esempi di comunicazione simulata, mentre  nel metodo nozionale- funzionale la sintesi risulterebbe essere la riflessione sulla lingua, cioè la consapevolezza linguistica.
La riflessione sulla lingua considera come punto centrale l’allievo e come oggetto considera l’intera competenza comunicativa, mentre, se dovessimo fare un paragone, l’insegnamento della grammatica, nell’approccio formalistico, ha come soggetto l’insegnante e come oggetto le regole grammaticali.
3) L’ultima fase dell’ U D è quella di controllo: la verifica,  la valutazione e l’attività di recupero sono le microfasi che la compongono.
Ricordiamo che la verifica è una parte della valutazione (raccoglie dati), mentre la valutazione è un insieme di complesse operazioni che consiste nel reperire materiale, definire dei parametri per il punteggio, elaborarli e infine si esprimere un giudizio.
Nel caso di un giudizio negativo si passa poi alla microfase del recupero. Lo scopo qui, è di ovviare ad una insufficiente acquisizione dei contenuti linguistici da parte dei discenti  trattati durante l’U D.  
Anche se l’UD potrebbe sembrare una fredda sequenza di fasi, starà a noi, care colleghe e colleghi, renderla affascinante, dinamica e accogliente. Un processo dove protagonista sia la gioia e la condivisione di una cultura altra.
Buon lavoro e buona unità didattica   

Prof. Valerio Giacalone

Il carnevale

mercoledì 11 febbraio 2009

Il carnevale è un periodo molto particolare dell’anno. I romani dicevano: "Semel in anno licet insanire", cioè “una volta all’anno è lecito impazzire” e proprio questo antico detto rappresenta lo spirito del carnevale.
Il carnevale ha termine il martedì grasso, giorno che precede l’inizio della quaresima, il periodo di penitenza di circa quaranta giorni precedente alla pasqua. A Milano invece, dove si osserva il rito ambrosiano, il carnevale termina non il martedi grasso, ma il sabato successivo e la quaresima di domenica.  

Le origini del carnevale si perdono nella notte dei tempi. Probabilmente risale alle tradizioni dei saturnali latini e dei culti dionisiaci con cui si salutava il passaggio dall’inverno alla primavera. La parola “carnevale” deriva dal latino “carnem levare”, che significa “eliminare la carne", poiché anticamente indicava il banchetto che si teneva subito prima del periodo di digiuno della quaresima.

Una caratteristica del carnevale è la maschera: una pratica che risale a tempi antichissimi, quando in occasione di riti magici gli stregoni si travestivano di piume e si coprivano il volto con maschere dipinte dall’aspetto orribile per impaurire gli spiriti del male.
In età romana l’uso delle maschere era legato alla divinità di Bacco. Per le strade si festeggiava con vino e danze il passaggio dall’inverno alla primavera. I festeggiamenti univano giovani e vecchi, nobili e plebei, ricchi e poveri. In quell’occasione gli schiavi diventavano padroni e viceversa. Un "Re della Festa", scelto dal popolo, si occupava dei vari giochi nelle piazze.
Il tema del rovesciamento è rimasto nello spirito del carnevale, periodo in cui apparentemente tutto è lecito, anche gli scherzi più crudeli. La libertà di abbandonarsi agli eccessi e di dare ai poveri l’illusione di essere simili ai potenti è un modo per alleggerire le tensioni. Accomunati dalla festa, tutti si sentono uguali ed era così più facile mantenere l’ordine prestabilito.

Altra caratteristica del carnevale sono i coriandoli, piccoli ritagli di carta colorata usati nelle festività per essere lanciati in aria o su persone. In inglese, tedesco, spagnolo, olandese e francese sono curiosamente chiamati confetti. La confusione linguistica ha origine durante il Rinascimento, quando in Italia ai matrimoni o durante il carnevale si gettavano dei dolcetti, i confetti appunto. L’invenzione dei coriandoli di carta è attribuita all’ingegnere Fenderl, che per festeggiare il carnevale del 1866 ritagliò dei pezzettini di carta, poiché non aveva il denaro per comprare i confetti di gesso allora in uso. Un tipico esempio dell’arte dell’arrangiarsi italiana.

Anche a livello gastronomico si hanno in Italia molte tradizioni tipiche del carnevale. Ogni singola regione vanta ricette gastronomiche secolari. Soprattutto nel “dolce” si nota una singolare voglia di originalità e di trasgressione. Le ricette caratteristiche del carnevale, con varianti regionali, vedono al primo posto i dolci fritti. Un vecchio detto popolare recita :”fritto tutto è buono, anche l’aria”. Nel centro Italia troviamo la cerchiata, nel sud gli struffoli.

In tutta la penisola, isole comprese, ci sono le chiacchiere. Sono frittelle chiamate così chiamate perché, essendo molto croccanti, quando le si mastica sembra di parlare, di chiacchierare appunto. Questo tipico dolce carnevalesco ha diversi nomi a seconda della regione: in Friuli "grostoli", in Emilia "sfrappole", in Veneto "galani", nelle Marche "frappe", "cenci" in Toscana.

Altro dolce tipico carnevalesco sono le zeppole, conosciute anche come zeppole di San Giuseppe, perché tipiche della festa del papà il 19 marzo. Anche con questo tipico dolce troviamo varianti regionali come le zeppole bignè e le zeppole del duca. 

A carnevale è tradizione travestirsi e ogni regione di Italia ha la sua maschera caratteristica. Per esempio troviamo Pulcinella in Campania, Pantalone nel Veneto, Arlecchino in Lombardia, Rugantino nel Lazio e il dottor Balanzone in Emilia Romagna.
Il carnevale si festeggia normalmente in tutti i paesi cristiani: famosi in tutto il mondo sono il carnevale di Rio de Janeiro, il carnevale di Colonia in Germania, il carnevale caraibico durante l’estate a Londra e il carnevale di New Orleans negli Stati Uniti. In Italia spiccano il carnevale di Venezia e il carnevale di Ivrea. La bella città piemontese ospita un carnevale folcloristico denso di evocazioni storico leggendarie. La spettacolare e violenta battaglia delle arance rappresenta le guerre medievali tra la città di Ivrea e i signori feudali della zona.
Il carnevale di Viareggio invece è famoso per la presenza di carri allegorici che rappresentano in maniera scherzosa la vita politica e sociale del Belpaese.

Vale proprio la pena partecipare a un carnevale italiano. Ti divertirai moltissimo e imparerai a conoscere un nuovo lato delle tradizioni culturali italiane.
E… non dimenticare a “carnevale ogni scherzo vale” 

Rispondi ora alle domande

1) Nel tuo paese si festeggia il carnevale?
2) Ti sei mai mascherato per il carnevale? E se sì da cosa?
3) Hai mai visto una sfilata di carnevale?
4) Cosa pensi del carnevale?
5)
Quali sono i dolci tipici del carnevale del tuo paese?

All’agenzia di viaggio

venerdì 6 febbraio 2009

Viaggiare, oltre che bello, è fondamentale per la cultura di ogni individuo. Un proverbio recita così: La vita è come un libro: se non viaggi, leggi solo la prima pagina. Ci sono diversi modi di viaggiare: anche leggere un libro è una sorta di viaggio.

Ora, leggerai un dialogo in una agenzia di viaggi tra un cliente e un’impiegata.
Buon lavoro e buon viaggio
Prof. Valerio Giacalone

Impiegata: Buongiorno.
Cliente: Buongiorno.
Impiegata: Si accomodi pure. Come posso aiutarla?
Cliente: Dovrei partire in viaggio di nozze
Impiegata: Dunque siete in  due …
Cliente: Beh, si spera che saremo in due anche alla fine del viaggio di nozze! ( ridono)
Impiegata: Avete un’idea ben precisa? O vi posso consigliare qualcosa?
Cliente: Sì, avremmo qualche idea… soprattutto su dove non andare.
Impiegata: Mi dica pure.
Cliente: Non vorremmo un posto troppo turistico, cioè troppo affollato. Vogliamo un viaggio  romantico, ma allo stesso tempo culturale. Vogliamo vedere posti meravigliosi e condividerli con la persona amata. Non so se mi capisce…
Impiegata: Certo che sì. Mi sta facendo venire voglia di partire con lei! (ridono)
Cliente: Voglio fare una sorpresa alla mia futura moglie. Le farò recapitare il biglietto con una rosa.
Impiegata: Lei è proprio romantico! Guardi: escluderei le capitali europee e del Nord America. Quanti giorni avete a disposizione?
Cliente: Tre settimane
Impiegata: Perfetto. Allora, partenza da Roma per l’Australia. Pernottate a Sidney per 5 notti in un albergo  a 4 stelle. Ora è molto conveniente: un euro vale quasi due dollari australiani.
Cliente:  Ah, bene, non lo sapevo.
Impiegata : Poi, dopo un po’ di compere ed escursioni nell’interno australiano, con una nave da crociera di lusso si parte verso la Nuova Zelanda.
Cliente: Mi piace!
Impiegata:  Dormirete ad Auckland per due notti. Quindi iniziarete delle escursioni nell’Isola del sud, la zona con la natura più affascinante della Nuova Zelanda.
Cliente: Fantastico. E il rientro?
Impiegata: Per il rientro ho pensato via Singapore.
Cliente: Sì, mi piace molto l’idea.
Impiegata: Bene.
Cliente: Immagino sarà molto caro.
Impiegata: Non più di tanto: non è alta stagione. Mi dia un po’ di tempo per organizzare tutto.
(Dopo un’attesa)
Impiegata : Allora, il viaggio per due persone dal 1 settembre al 21 settembre è compreso di tutto ciò che abbiamo detto. Come può leggere dal preventivo che ha di fronte, costa 8.450 euro.
Cliente:I diritti dell’agenzia sono compresi?
Impiegata:Sì, tutto compreso e domani stesso Le posso consegnare biglietti e prenotazioni!
Cliente: Ah… una domanda: a che ora parte l ‘aereo da Roma?
Impiegata: Ho cercato dei voli comodi, non troppo presto alla mattina. Il volo da Roma è alle 10:25.
Cliente : Perfetto, Le lascio un acconto ora? Vanno bene 2000 euro?
Impiegata: Sì,  benissimo.
Cliente: Allora a domani
Impiegata : A domani. Mi raccomando controlli la scadenza dei passaporti!
Cliente: Sì, certo. Grazie per la gentilezza. A domani.

Ora rispondi alle domande, quella corretta diventerà verde

 

  • 1. Cliente va in una agenzia ippica

    • v

    • f
  • 2. L’impiegata è la futura moglie del cliente

    • v

    • f
  • 3. Cliente sapeva già che viaggio fare

    • v

    • f
  • 4. L’aereo parte da Roma.

    • v

    • f
  • 5. Nel viaggio di nozze è inclusa anche una crociera.

    • v

    • f
  • 6. La futura moglie è a conoscenza del viaggio.

    • v

    • f
  • 7. Il viaggio costerà 8.450 euro.

    • v

    • f
  • 8. Il viaggio dura 3 settimane.

    • v

    • f
  • 9. Cliente paga tutto il viaggio subito in contanti.

    • v

    • f
  • 10. Il cliente è molto contento di partire per New York.

    • v

    • f

La parola “ci”

lunedì 2 febbraio 2009

Oggi, care lettrici e cari lettori di Intercultura blog,  parleremo dell’uso della particella  “ci”.
Buona lettura e al prossimo articolo.
Prof. Valerio Giacalone

"Ci"  ha tre significati ben diversi

 A) "Ci" può essere utilizzato come avverbio di luogo.
- "Vorrei andare Roma." "Ci vorrei andare anch’io."

Con  il verbo essere la particella “ci” indica l’esistenza di una cosa o persona o più cose o più persone, come per esempio:  
- "Ci sono troppe macchine per strada!"
- "C’è Maria oggi in ufficio?"

Con il verbo volere la particella “ci” indica la necessità di una o più cose, per esempio
- "Ci vuole molta pazienza nella vita!"   
   
Al posto di “ci” come avverbio di luogo, sarebbe più corretto usare "vi", ma questo avviene ormai solo nella lingua scritta.


B) “Ci” può avere la funzione di pronome personale prima persona plurale ("noi", "a noi"), per esempio
- "Noi ci rasiamo"

Diventa "ce" in alcuni casi, per esempio:
- "Ce lo dite dopo"

Nelle frasi "ce lo dite dopo" e “noi ci laviamo le mani”,  "lo" e "le mani" sono il complemento oggetto, mentre “ci” e "ce" sono complemento di termine ("a noi").

 

C) “Ci” può avere la funzione di pronome dimostrativo, cioè significa "di ciò, in ciò, su ciò, a ciò". Per esempio:
- "Ci penso io."

Oppure significa "con lui, a lui, da lui". Per esempio:
- "Non ci esco mai"

Con il verbo avere, “ci” viene spesso usato nella lingua parlata come rinforzo semantico e fonico di altri pronomi ("lo", "la", "li", "le", "ne"). In questo caso, “ci” diventa “ce”. Per esempio:
- "Hai il passaporto con te?" "Sì, ce l’ho"
- "Hai le valige?" "Sì, ce le ho"

Questo utilizzo del pronome dimostrativo viene definito pleonastico, perché ripetitivo e non necessario. Per esempio: 
- "Ma ci pensi a tuo figlio?"

Vengono usati con "ci" verbi come pensare, credere, riuscire, contare, essere, fare, passare.
 
Pensarci:  
- "Paolo, prepari tu da mangiare?" "Si, ci penso io."

Crederci
- "Secondo te, quel giornale dice la verità?" "Sì, ci credo sempre."

Riuscirci:  
- "Per te, è possibile vivere con pochi soldi?" "No, non ci riesco." 

Contarci:
- "Ricordati di venire a cena stasera: ci conto."

Esserci:
- "Va bene, ci sono" (significa "ho capito" oppure "sono pronto")

Fare:
- "Ci sei o ci fai?" (significa "sei stupido o fai la parte dello stupido")

Passarci:
- "Ce ne passa prima che il governo elimini tutti gli sprechi."
 
Esercizio sull’uso di "ci".
Rispondi alle domande: quella corretta diventerà  verde
.

  • 1. Hai portato con te il dizionario?

    • Sì, ce l’ho.

    • Sì, ci l’ho.
  • 2. Mi piace Napoli, vorrei … ogni anno in vacanza.

    • andare

    • andarci
  • 3. Credi ai fantasmi ?

    • Sì, credo.

    • Sì, ci credo.
  • 4. Chi pensa ai bambini stamattina?

    • Ci penso io

    • Penso io
  • 5. … molto tempo per imparare a stare al mondo

    • Ci vuole

    • Vuole
  • 6. Vieni a Venezia con me?

    • No, grazie, ci sono già stato.

    • No, grazie, sono già stato.
  • 7. C’è Luisa oggi in ufficio?

    • Sì, è.

    • Sì, c’è.
  • 8. … vorrebbe un amico, anzi più di uno.

    • C’è

    • Ci
  • 9. Ho voglia di andare a sciare! Vieni con me?

    • No, non ci riesco

    • No, non c’è riesco
  • 10. Non … posso crede, hai detto di sì alla sua proposta!

    • ci

    • si